2l) Leopardi. Alla Primavera o delle Favole antiche.
Secondo un antico mito Filomela, dopo aver subito violenza e avere
assistito a grandi atrocit, fu trasformata in usignolo. E cos il
musico augel che inizia il canto al tramonto ha goduto fama di
essere esperto delle vicende umane: le sue note non sarebbero
altro che un lamento per la sventura subita e per la triste
condizione degli uomini.
La consapevolezza scientifica (e filosofica) ha smascherato la
fallacia del mito, ha distrutto l'illusione, ha restituito alla
indifferenza della Natura il canto dell'usignolo che non  mosso
da alcun dolore e che nulla ha a che vedere con il genere umano.
Una indifferenza della Natura sempre pi evidente dopo la caduta
delle illusioni del mito (... poscia che vote / son le stanze
d'Olimpo ...): per tutti, giusti e ingiusti, l'unico destino
destino  la fredda dissoluzione nella morte. Nell'ultima pagina
dell'autografo Leopardi annota: [...] oggi stante la mancanza
delle illusioni, la terra stessa e l'albergo stesso dei vivi, 
divenuto sede di morte, e tutto morto.
A questo punto - di fronte all'evidenza del Nulla - Leopardi vuole
recuperare l'illusione degli antichi, la favella antica, che non
 l'ingenuit del mito, ma, come le Favole antiche del titolo,
la capacit comunicativa della fabula (dal latino for, faris, io
parlo e, quindi, io comunico, io esprimo). La fabula mette
l'uomo in comunicazione con la Natura; e proprio alla Natura si
rivolge Leopardi negli ultimi versi per ristabilire il contatto e
il dialogo che la razionalit scientifica sembrava avere
interrotto per sempre: eppure tu vivi, o Natura, e non pu non
esserci sulla terra, o in cielo o nelle acque degli oceani
qualcosa che, vivendo, rompa la tua indifferenza e ci degni almeno
di uno sguardo.
In questi versi, accanto ai temi consueti nel pensiero di Leopardi
(la consapevolezza del Nulla, la capacit salvifica
dell'illusione) ci sembra compaia quello, meno usuale, della
innocenza della Natura. L'usignolo, spogliato della carica emotiva
attribuitagli dal mito, diventa meno caro agli uomini, ma di
colpa ignudo, come la Natura a cui esso  stato restituito,
nascosto in fondo a una valle buia. L'innocenza della Natura
carica di enormi responsabilit l'uomo, ma gli lascia aperta la
strada per comunicare con lei, per poterla chiamare vaga, bella.
In fondo questa nostra facolt di fabulare  un suo dono (vedi
lettura 16).
G. Leopardi, Alla Primavera, versi 69-95 (l822) (vedi manuale
pagine l46-l47).
69  E te d'umani eventi.
70  disse la fama esperto,.
71  musco augel che tra chiomato bosco.
72  or vieni il rinascente anno cantando,.
73  e lamentar nell'alto.
74  ozio de' campi, all'aer muto e fosco,.
75  antichi danni e scellerato scorno,.
76  e d'ira e di piet pallido il giorno.
    .
77          Ma non cognato al nostro.
78  il gener tuo; quelle tue varie note.
79  dolor non forma e te di colpa ignudo,.
80  men caro assai la bruna valle asconde.
81  Ahi ahi, poscia che vote.
82  son le stanze d'Olimpo, e cieco il tuono.
83  per l'atre nubi e le montagne errando,.
84  gli iniqui petti e gli innocenti a paro.
85  in freddo orror dissolve; e poi ch'estrano.
86  il suol nativo, e di sua prole ignaro.
87  le meste anime educa;
88  tu le cure infelici e i fati indegni.
89  tu de' mortali ascolta,.
90  vaga natura, e a favella antica.
91  rendi allo spirto mio; se tu pur vivi,.
92  e se de' nostri affanni.
93  cosa veruna in ciel, se nell'aprica.
94  terra s'alberga o nell'equoreo seno,.
95  pietosa no, ma spettatrice almeno.
 (G. Leopardi, Canti, Newton Compton, Roma, l996, pagine 55-57).
